PAURE PICCOLE E PAURA GRANDE

30 aprile 2020 - Irene Merlini Counselor Filosofica, Esperta in “Philosophy for Children” e Autrice

PAURE PICCOLE E PAURA GRANDE

Le nostre paure, quelle dei nostri bambini: vediamo come comportarci ai tempi del Covid-19


La  premessa è che tempo fa mi accingevo a scrivere qualcosa sulle paure “piccole” dei  bambini. Poi, in quegli stessi giorni, è arrivata la paura “grande”, quella che nessun adulto si aspettava di vivere: il Covid-19. Ecco come questa riflessione è diventata poi un intreccio, forse un groviglio, in cui si intravede che alla fine, forse, paure piccole e paura grande appartengono allo stesso filo.

 

“Mamma, ho paura!” dice ogni tanto mia figlia quando è notte, tutto è buio e il silenzio mangia la stanza, la casa e l'intero quartiere. Tante volte la lucina di cortesia che mi affretto a infilare nella presa aiuta a sostenere l'oscurità. Altre invece trovare un rimedio non è così semplice, come quella volta al mare quando, a un anno di età, lei ha cominciato a terrorizzarsi all'idea di fare il bagno. E nel caldo asfissiante di agosto, in cui il refrigerio è quasi questione di sopravvivenza, mi chiedevo:“E adesso che diavolo faccio?”

È un po' questo l'atteggiamento generale di noi genitori nei confronti delle paure piccole, un atteggiamento che si condensa tutto in quell'unica domanda: “Che faccio? Come faccio?”

Tante volte cerchiamo on-line delle soluzioni, e anch'io mi sono ritrovata a leggere dissertazioni e ricette per la “nictofobia”, la “talassofobia”, e chi più ne ha più ne metta. Ma già a istinto ho sentito subito una specie di ribellione: “Come? Affetta da “nictofobia”? Questa bambina ha solo paura del buio!”

Insomma, che i bambini abbiano delle paure, è normale. O almeno così diceva Platone. Meno normale è la reazione di noi grandi che, spesso e volentieri, ogni volta che ce n'è una, andiamo nel panico e cerchiamo di scacciarla e rimuoverla. Ci chiediamo apocalitticamente come farà la nostra bambina o il nostro bambino a sopravvivere se ha paura del buio o di andare in piscina, se si immobilizza e si mette in disparte terrorizzato a una festa di compleanno, se si rifiuta di andare dal dottore come se dovesse andare a incontrare il conte Dracula in persona. Allora rincorriamo rimedi prêt-à-porter che, se sortiscono un effetto efficace nell'immediato, nulla possono sul lungo termine.

Quindi ecco, sapete quei casi in cui si dice che qualsiasi risposta sarebbe sbagliata perchè il  problema sta nella posizione della domanda?

Perché prima di “che faccio adesso io?”, vale forse la pena domandarsi di lei, della paura, e capire perché noi grandi per primi ne abbiamo paura, abbiamo paura della  paura. Di quella dei nostri figli, e prima ancora della nostra.

Allora ho preso a ricordarmi delle mie paure piccole di bambina, di quelle dell'adolescente inquieta che ero, mi sono messa a pensare alle mie paure di adulta e a queste nuove di mamma. Ma poi ho smesso di andarla a ricercare tra i vissuti, perché eccola qua, è stata lei in persona, la paura “grande”  a piombare senza preavviso a casa mia, senza chiedere permesso lei ha fatto irruzione stravolgendo le vite di tutti quanti noi insieme al Coronavirus.

Proprio dei giorni precedenti era la ricerca nella filosofia che, con spunti diversi sull'argomento «paura», mi stava parlando sempre della stessa cosa: la paura della morte. Epicuro è stato il primo a metterla in vetta rispetto alle altre, offrendoci quel famoso farmaco: non averne timore, tanto voi due non vi incontrerete mai, perché quando ci sei tu la morte non c'è, e quando lei arriverà, tu non ci sarai più.

A Epicuro fanno da eco tanti altri, ma è Kierkegaard che mi stava catturando con le sue riflessioni sull' angoscia, quella vertigine che ci coglie nel considerare che “nel possibile tutto è possibile”. E tenerne conto vuol dire, in ultima analisi, tenere conto che nella vita tutto può accadere, che la morte è lì,  sempre possibile e imprevedibile.

In effetti è ogni giorno, ogni momento, che potremmo morire, ma noi non ci pensiamo, preferiamo non pensarci. Schiacciati nel qui e ora, ci siamo abituati a vivere un presente  fatto solo di pieni e di luce, di cose precise e calcolabili, di ruoli, divise, budget e puntuali planning per tutta la famiglia: la giacca e la cravatta per andare a lavoro, le lezioni di karate, lo shopping al centro commerciale, l'estetista e il corso di pilates. Cose. Cose precise. C'è però dell'altro che si contrappone a questo spazio calcolato e “diurno”, “qualcosa che manca” e che avvertiamo spesso nel buio inquietante della sera. Ma starcisi a soffermare non ci dà una sensazione piacevole, così scegliamo di non prestargli attenzione. Non prendiamo sul serio quel “qualcosa che manca”, e che è forse più una sensazione, legata a un malessere esistenziale, a una delusione, a una paura, a una frustrazione, insomma a un pensiero inutile perché  incalcolabile, e che quindi resta non-detto. Così andiamo a dormire nell'attesa di risveglairci all'indomani nel mondo dei “pieni”, della luce e dei nostri bei programmi.

Ora, questo valeva fino un paio di mesi  fa, quando eravamo noi a scegliere di comportarci così.  Il probema è che adesso noi non possiamo più scegliere cosa preferire pensare, siamo costretti a pensarci e basta, al buio e alla morte come possibilità, perché ce l'abbiamo spiattellata davanti in tutta la sua imponenza di concretezza possibile. Il discorso qui è che la razionalità cade e ci si accorge della sua debolezza. Questo ci dice la filosofia, che è mera illusione -se non presunzione- credere che la ragione possa spiegarci tutto. Perché resta l'insondabile, quell'oscuro che noi non potremo mai dominare. E non abbiamo strumenti per affrontare questo pensiero: ci sembra solo un brutto sogno e invece è reale, mentre proprio quella che credevamo essere la realtà, fatta di planning, ruoli e tabelle, si scopre essere stata poco più di un sogno costruito.

Non ho risposte, ma da giorni mi chiedo: “Staremmo diversamente se avessimo frequentato un po' più spesso il buio?”

Ad ogni modo, che cosa c'entra tutto questo con le paure piccole dei piccoli?

I bambini hanno un'idea della morte ancora più vaga della nostra, almeno posso dire che a 3 anni si condensa nel tutto e nel contrario di tutto. Però il discorso fatto sopra sulla paura grande c'entra: non è forse vero che nel buio, di cui tante volte loro hanno paura, tutto è possibile? Non è forse vero che nel mare così sconfinato, di cui tante volte hanno paura, che sia con le onde o con la bonaccia, tutto è possibile?

Ed è così, da queste paure piccole, che i bambini hanno un assaggio di quell'insondabile. Qui il punto è: cosa vogliamo insegnare ai nostri figli? Che ci cono rimedi per tutto?  Che possiamo pianificare tutto? Perché è questo che facciamo quando cerchiamo di coprire e rimediare le loro paure.

Lo facciamo perché spesso crediamo di non avere strumenti migliori per aiutarli, ma la maggior parte delle volte ciò che ci manca è qualcosa  che in realtà abbiamo tutti, e di cui siamo troppo spesso avari, con noi stessi e persino con le figlie e i figli: il tempo.

E invece le paure, piccole e grandi che siano, vanno accolte, e non rimosse perché non rientrano nel planning o intralciano i nostri progetti sulla loro e sulla nostra vita. Se sono esplicitate, a parole o con un disegno, piuttosto che sfogate con l'immedesimazione in un personaggio fiabesco, i bambini faranno meno fatica a conviverci, e noi lo stesso. Ma appunto, ciò che serve innanzitutto è  il tempo, del silenzio e dell'ascolto,  del disegno e del racconto.

Personalmente ho rispolverato le vecchie favole, quelle che oggi sono quasi irriconoscibili per via del lifting che hanno subito negli ultimi decenni, in cui sono state rimodellate, edulcorate e tradite. Ho tolto le censure e ho preso a ri-raccontarle nella versione classica, quella che ascoltavo io. Ci sono orchi mangiabambini, lupi spaventosi, genitori poverissimi che abbandonano i figli,  cacciatori, selve oscure, orfani e perfino assassini!  Questo della favola è solo uno dei tanti modi del tempo per la paura, un modo che trovo molto bello e intimo, che è utile a lei per le sue paure piccole, e utile a me per la mia paura grande di adesso. Aiuta entrambe a smorzare quel senso di paralisi che ci viene.

La mia paura grande resta qui a farmi compagnia lo stesso, ma dedicarle tempo mi pacifica. Frequentarla insieme a mia figlia andando con lei dentro una favola, che a volte ci fa tremare e altre ci fa abbracciare, mi fa capire quanto noi grandi possiamo giocare un ruolo importante nell' essere da supporto ai bambini, con una parola, una domanda, un sorriso o con la semplice presenza. Possiamo essere la loro luce di cortesia... che li aiuti non tanto a vedere meglio al buio, quanto  a vedere meglio il buio.