AMORE DI MAMMA

23 settembre 2020 - Irene Merlini Counselor Filosofica, Esperta in “Philosophy for Children” e Autrice

AMORE DI MAMMA

Pensieri e domande intorno al sentire di una madre


Sono una mamma, e so bene che vuol dire, come ci si sente, quando la tua bambina si fa male o il tuo bambino viene offeso, o ancora quando non si comporta come vorresti tu.

È capitato anche a voi di chiedervi come mai? A me sarà successo almeno un centinaio di volte.  Siccome ho il vizio insopprimibe di domandarmi “perchè?”, di fronte a queste situazioni mi arrovellavo: “Ma cos'è che davvero mi fa stare male? Cosa di preciso mi ferisce in questa faccenda?”, perché liquidarmi con uno sbrigativo “è normale, sono sua madre” non mi bastava, né mi portava da nessuna parte.

Allora vi propongo una riflessione che ho fatto leggendo Lévinas, filosofo lituano che ha scritto una pagina stupenda sui padri, toccando una corda che mi ha fatto sorgere un sospetto.

Non sto a spiegarvi per filo e per segno ciò che dice Lévinas, ma il fatto è che nella vita dei papà i figli hanno fatto irruzione così, all'improvviso, per cui tra loro due c'è una distanza che permette ai padri una relazione speciale con loro, una relazione che Lévinas definisce “dell'io con un sé che però non è me”. Sembra un gioco di parole, ma vuol dire semplicemente che i papà si rapportano affettivamente ai figli avvertendo il forte legame che li unisce, ma senza dimenticare il loro essere soggetti diversi e distinti.

“E per le madri?” mi sono chiesta. I figli nascono dai nostri corpi, sono carne della nostra carne, e non è un dato banale. Se la matematica non è una opinione, mia figlia ed io siamo due, ma quella volta durata nove interminabili mesi siamo state una soltanto, siamo state “due in uno”. Ed è stata  una coabitazione straordinaria la nostra, che nessun papà del mondo ha sperimentato o sperimenterà.

Poi è successo a tutte che un bel giorno, da “due in uno” che eravamo, siamo diventate o diventati due, “due in due”, e col tempo il piccolo lui o la piccola lei hanno cominciato a costruirsi la propria identità, a prendere il loro bel caratterino.

Ora, qual è il punto: il punto è che spesso noi mamme quei nove mesi ce li portiamo dentro ancora, ed è come se i nostri figli e le nostre figlie fossero un pezzetto di noi, del nostro corpo e del nostro io, come se fossero solo un nostro prolungamento anziché anche un'altra persona. Questo nostro non distinguere bene, questa confusione che a volte facciamo in buonafede, e da cui i papà sono dispensati, ha delle implicazioni. Allora quando i figli non si comportano come vorremmo, può essere che quello che ci viene da dire in fondo in fondo – anche se non ce lo diciamo – sia: “Ma come? Tu sei me, io non farei mai così!”? Oppure quando arriva un'offesa da qualcuno, può essere che la nostra vera reazione verso quel qualcuno – sempre quella che noi non ci diciamo – sia: “Hai fatto male a me! Hai ferito me!” e non “Hai ferito quell'altra persona” cioè mio figlio o mia figlia?

Sto chiaramente estremizzando, ma il mio sospetto è stato che ciò che ci piace raccontarci come l'amore più puro, l'amore materno, potesse affondare la sua radice in un egoismo al cui centro siamo solo noi.

Vi dico cosa ho provato io di fronte a questa idea: mi ha toccata dentro, e non mi ha fatto piacere. Mi ha fatto male pensare che nel mio grande “amore di mamma” potesse esserci l'amore verso me stessa.

Poi ho capito, rimuginandoci sopra almeno altre mille volte, che il mio scacco non era definitivo: dovevo solo cominciare a rapportarmi a mia figlia come a un'altra persona e non più come a una “mia” parte. Allora mi sono messa con pazienza a imparare ogni giorno la sua differenza, il suo essere una persona distinta. Mi sono messa ogni giorno ad ascoltarla con l'attenzione che presti a una straniera, certo specialissima perché la ami già immensamente, cercando di capire come funziona lei, quali reazioni ha o non ha, quando ad esempio le faccio trovare il dentifricio sullo spazzolino – cosa che alla mia pigrizia farebbe molto piacere, ma a lei fa saltare i nervi – o quando ci riempiono di schizzi e spruzzi mentre facciamo il bagno al mare – cosa che a me fa imbestialire ma a lei piace da matti  – … insomma cercando di conoscerla da capo. Di conoscerla e riconoscerla senza per forza riconoscermi.

Il fatto è che l'amore autentico è quello che sa amare incondizionatamente l'altro nella sua differenza, e che vuol dire accoglienza e accettazione. Penso sia importante lasciare essere i figli e le figlie, lasciarli essere diversi  da noi, perchè semplicemente non sono noi, e troppo spesso ce ne scordiamo. Il rischio grosso è che se ce lo scordiamo potranno sentirsi costretti a essere quello che non sono, ad amare il giallo anche se a loro piace il rosa, o a diventare nuotatori anche se a loro piaceva la danza. E se si sentiranno costretti a essere quello che non sono, poi lo diventeranno per davvero, quello che non sono intendo. E se poi lo diventeranno, da qualche parte dentro soffriranno, e parecchio. E nessun amore di mamma lo vorrebbe.